Il digitale mette a dura prova l’editoria classica. L’Inpgi: “E’ solo l’inizio”

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“Per il settore dell’editoria, l’economia digitale, in questo momento, rappresenta unicamente un portatore di recessione”. Queste le dure parole pronunciate da Marina Macelloni, presidente Inpgi, nel corso del Festival del lavoro 2018 di Milano, organizzato dal Consiglio nazionale e dalla Fondazione studi consulenti del lavoro. E alla sua considerazione ha aggiunto: “Il processo di trasformazione è soltanto in uno stadio iniziale: ha bisogno di tempi lunghi per poter essere rielaborato”.

Nella sua analisi, Macelloni ha inquadrato la condizione attuale del mondo editoriale. “Il fatturato mondiale delle imprese che operano nell’editoria – ha spiegato – nel corso degli ultimi cinque anni è diminuito del 10%. In Italia, invece, in cinque anni abbiamo perso 3mila posti di lavoro, che per noi vogliono dire il 15% dei lavoratori attivi, una percentuale quindi molto significativa e più alta della perdita di lavoro che si è avuta nel sistema per così dire generale”. E la cosa ancora peggiore, ha aggiunto la presidente dell’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti, “è che non ci sono affatto segnali che accennino a una seppur minima ripresa”.

Cosa sta succedendo allora al mondo dell’informazione? Possiamo forse dedurre che questi numeri rappresentino un crollo vertiginoso della voglia degli italiani di informarsi e degli editori di informare? Non proprio. “L’informazione c’è – ha infatti spiegato Macelloni – ma se facessimo un sondaggio qui in sala, molto probabilmente ci renderemmo conto che nessuno di voi ha comprato un giornale di carta quest’oggi. Molti hanno letto qualche notizia sullo smartphone o sul tablet, quelli più bravi hanno scaricato, pagando, una versione digitale del giornale, mentre altri ancora avranno letto notizie senza pagare un centesimo. E questo è esattamente uno dei motivi per cui l’industria non sta più funzionando come dovrebbe”.

Di conseguenza, il tema è che esiste ormai un nuovo modo di fare informazione, esistono nuove figure professionali che si sono affacciate e che si stanno affacciando sul mercato, e queste sono figure che “occorre imparare a intercettare, riconoscere e in qualche modo includere nella professione”. Anche perché prima o poi “sentiremo il bisogno di competenze nuove in persone che non sono più giovanissime, ma soprattutto occorrerà lavorare perché finora abbiamo assistito all’espulsione di persone senza che mai venissero sostituite da professionalità più giovani e più competenti”. “Il fatto – ha concluso Macelloni – è che stiamo cercando di tenere le persone a lavorare, ma non è semplice perché le aziende le buttano comunque fuori”.

L’avvento del digitale effettivamente ha scardinato un po’ tutto quanto, compresa la questione editoria che si sta ritrovando ad affrontare cambiamenti epocali. Coloro i quali stanno sopravvivendo, stanno riuscendo in questa impresa proprio perché anziché osteggiare o rassegnarsi ai cambiamenti, tali cambiamenti stanno cercando di accompagnarli. Un po’ come i grandi quotidiani nazionali che hanno avviato campagne di abbonamento digitali e/o reso a pagamento alcuni contenuti selezionati nei loro siti web. Il sacrificio a cui sono sottoposti molti addetti della stampa tradizionale, in ogni caso, è sotto gli occhi di tutti, così come è sotto gli occhi di tutti il fatto che Internet e l’elettronica, nel bene o nel male, stiano facendo nascere di contro tutta una serie di nuove professioni.

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